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Dimmi perché posti!

“Perché lo fai?”.

L’altro giorno, a pranzo con la persona meno “social” sulla faccia dell’universo, cercavo di spiegargli cosa fosse Intagram.

Ad ogni mia affermazione la sua faccia appariva sempre più sbigottita, non si capacitava del fatto che avessi deciso di pubblicare alcuni spezzoni della mia vita e condividerli.

Si, perché quello che si vede on line è, chiaramente, solo ciò che ognuno di noi decide scientemente di condividere, non di certo la sua intera esistenza. Eppure anche questo è, per alcuni, incomprensibile.

“Perché lo fai?”.

Questa la domanda chiave della conversazione.

Perché lo faccio? Mi sono allora iniziata a chiedere.

Inizialmente usavo Instagram per modificare le foto che, poi, avrei pubblicato su Facebook. Come sono passata dal concepirlo come semplice strumento di modifica delle foto, alla pubblicazione di più di 3.000 scatti in nemmeno tre anni?

Sono tanti, sono una media di tre foto al giorno circa.

Ho sempre amato fotografare, fin da quando ancora c’erano i rullini e per sviluppare 24 foto dovevi venderti un rene. Sarà forse questo?

Fotografo in continuazione, anche cose che non pubblico, anche cose assolutamente da censurare, ma non basta a darmi una risposta.

Il “perché lo fai?” non è riferito alle foto che scatto, bensì all’azione successiva di condividerle.

Non riesco a darmi una risposta ragionevole, perché un motivo reale non c’è.

Mi piace, di Instragram, sapere che anche chi è lontano possa seguire la crescita di Mia, ci sono zii, prozii e cugini lontani che la seguono con affetto, addirittura la nonna Susanna ha imparato a usarlo per non perdersi neanche uno scatto della sua adorata nipotina.

Ma non basta. Non è di certo questo che mi spinge ogni giorno a pubblicare.

Instagram è nato come il mio diario di bordo, una cronistoria della mia esistenza e di quella della nana, giorno per giorno.

Ogni tanto vado indietro fino alla prima foto e me le riguardo tutte, leggo le didascalie per ricordarmi di cosa fosse successo e in che periodo fossimo.

Questo è, per me, un grande regalo che riceverà Mia una volta cresciuta: una scatola colma di ricordi.

Non sarà grossa e polverosa come quella in cui la nonna conserva le fotografie, ma è pienissima e in continuo aggiornamento.

Credo che se mi fosse concessa un’immersione così profonda nel passato, se avessi occasione di vedere il video dei miei primi passi, la foto del mio primo giorno di asilo e quella della faccia di mia mamma in lacrime dopo avermici lasciata, sarei la donna più felice del mondo. Io che ogni estate, dalla nonna, tiro fuori la sua scatola, per riguardare tutte le foto, una per una, come fosse la prima volta, come se non le conoscessi a memoria, con la vana speranza di scovarne una ancora mai vista e mi ritrovo a fantasticare sulle emozioni provate durante quella cena in campagna o sul perché il nonno avesse la faccia arrabbiata durante il pranzo di Natale del ’92.

E’ così che tutto ha avuto inizio: la voglia di lasciare una traccia, un segno della nostra quotidianità, di quella più banale, di quando non succede nulla di interessante.

A far le foto delle gite, a conservare gli scatti di Natale e delle grandi occasioni sono bravi tutti, ma bastano per sperare di riuscire anche solo un pochino a immaginare il calore dell’abbraccio mattutino, il divertimento di quando ti rubiamo la merenda, il dolore di quel ginocchio sbucciato?

Chi entra sul mio Instagram (come in quello di chiunque coltivi il proprio profilo con passione e un po’ di amore) fa un tuffo in una vita reale, la mia, e, con un po’ di immaginazione e un filo di fantasia, può calarsi in essa, quasi fino a ridere con noi di lei, a gioire dei traguardi e corrucciarsi per le delusioni. Oggetto della condivisione non è più, quindi, il semplice scatto, ma un’istante, che unito a tutti gli altri crea un puzzle della nostra esistenza, fatta di quotidianità e routine.

Certo, non mi immaginavo di arrivare a condividere con così tanta gente, ma a me la gente non fa paura, a me piace (anche se gli stronzi sono tanti e sempre in agguato!). Se qualcuno ha piacere di dare una sbirciata, di frugare tra i miei ricordi non mi sento in pericolo, sono io che decido fino a che punto permettere che entri.

Ed è questo che mi auguro, che tra una quindicina di anni, anche Mia possa fare questo tuffo nel passato e percepire quanto abbia sconvolto la nostra esistenza e quanto ci siamo divertiti insieme a lei, unire tutti i pezzettini fino a costruire l’immagine della nostra famiglia.

“Dimmi perché posti!”.

“Non lo so, ma mi diverto!”.

[E, tra l’altro non sono convinta che alla scatola della nonna abbiano avuto accesso meno di 13k persone di passaggio da casa sua!]

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Che idea!

Quanto vale un’idea?

Può valere tutto come niente, un’idea acquisisce valore in base all’impegno dedicato alla sua coltivazione.

Un’idea che rimane tale non ha valore o meglio, ne ha solo potenzialmente.

Io per esempio, mi addormento ogni sera tra mille pensieri e altrettante idee apparentemente geniali che mi ronzano nel cervello, molte di queste al risveglio le ho dimenticate, altre si rivelano per quello che sono: assurdità, altre ancora richiederebbero troppo impegno per la loro realizzazione e, in tutti i casi, procedo all’abbandono.


C’è chi, invece, crede nelle proprie idee a tal punto da dedicarcisi anima e corpo, da trasformarle in progetti concreti e, infine, in realtà.

Ed è quello che hanno fatto i ragazzi di cui oggi voglio parlarvi, alcuni dei quali hanno condiviso con me gli anni del liceo, e che hanno creduto e investito nei loro progetti, dando vita a due Start up made in Italy, completamente diverse tra loro per caratteristiche e finalità ma con un importante fattore comune: essere il risultato dell’impegno, la tenacia e la dedizione dei loro giovani fondatori.

Si tratta di Myfoody e di Amyko. Entrambe frutto di un guizzo dei loro creatori, coltivato gradualmente e quotidianamente.

Myfoody ha come obiettivo quello di abbattere gli sprechi alimentari e lo fa agevolando il contatto tra i punti vendita e i consumatori, permettendo anche a quei prodotti, che avrebbero come unica alternativa quella di essere considerati rifiuti, di essere acquistati prima che diventino tali, ovviamente con un ulteriore effetto favorevole: il risparmio!

Da mamma, trovo sia davvero geniale. Quante volte compriamo cibo al volo, perché il frigo è vuoto e ci si deve inventare qualcosa all’ultimo minuto? Bè, consapevoli che i prodotti verranno utilizzati nell’immediato, si può scegliere di comprare beni in prossimità di scadenza evitando che questi si trasformino in spazzatura e risparmiando anche qualcosina! Lo stesso vale per i prodotti con difetti estetici, perché buttare una confezione di pasta che ha il cartone ammaccato? Certo, non potremo scattare foto da foodblogger, ma il cibo non deve necessariamente essere bello, l’importante è che sia buono!

Attraverso l’app di Myfoody si può conoscere quale sia la disponibilità di prodotti con difetti estetici o in prossimità di scadenza nei punti vendita più vicini a te.

Sarebbe bello far crescere nei nostri figli il rispetto verso il cibo, far comprendere loro il valore di ciò che abbiamo a disposizione, insegnando loro fin da piccoli ad evitare sprechi alimentari. Sono temi ai quali non davo grande rilevanza prima di diventare madre ma che ora mi stanno molto a cuore, perché so di dovere e volere essere una persona migliore, perché mia figlia sarà, anche e in buona parte, il frutto di ciò che le insegno e di ciò che apprende dalle persone che ha come modelli: genitori, parenti e maestre.

Amyko, con finalità ben diverse rispetto a Myfoody, ma prodotto della stessa voglia dei suoi giovani creatori di dare vita ad un’idea in cui hanno creduto fortemente, rappresenta un valido aiuto per noi mamme.

Quella di cui vi voglio parlare, è solo una delle molteplici circostanze in cui Amyko può essere usato, ma è quella che conosco io che, mi rendo conto, valuto i prodotti in base alla relazione che essi hanno con mia figlia.

Può avere un qualsiasi effetto positivo su Mia? Bene, allora mi serve!

In realtà, si spera di non dover effettivamente avere bisogno dell’aiuto di Amyko, dato che questo vorrebbe dire “essersi persi la bambina” o che c’è stata, comunque, una situazione di emergenza, si tratta più che altro di un aiuto in termini di serenità.

Quando ho portato Mia a Leolandia mi sono resa conto che se fosse sfuggita dal mio raggio visivo non avrei saputo come ritrovarla e anche un estraneo avrebbe fatto fatica a ricondurla a me, laddove l’avesse trovata sola.

Ripensandoci, la sera stessa, immaginavo uno strumento che permettesse di evitare situazioni simili. Ho poi scoperto che esisteva: Amyko è, infatti, un braccialetto dotato di una tecnologia che permette al soccorritore di conoscere, tramite l’utilizzo di uno smartphone, le informazioni personali del bambino. Oltre ai dati anagrafici, poi, si possono inserire alcune informazioni mediche che potrebbero tornare utili in caso di necessità.

Penso che la vera funzione di Amyko per una mamma, sia proprio quella di concederle un po’ di serenità in più. Perché si sa, lo si acquista nella speranza che non lo si debba mai utilizzare, si spera sempre di evitare di smarrire i propri figli qua e là!

Amyko è quell’acquisto utile che ci si augura che rimanga inutilizzato! Ma spiega, comunque, la sua utilità garantendo quel pizzico di tranquillità in più, dato dalla consapevolezza che “se ti perdi la nana, te la riportano”!

Avete visto in cosa può trasformarsi un’idea? Cosa possono diventare quei pensieri che vi frullano per la testa (non tutti eh, cercate di essere un po’ selettivi!), che vi si attaccano addosso fino a non farvi dormire la notte?

Credete nelle vostre idee. Ma non accontentatevi di crederci, non basta: agite!

Fate in modo che i vostri progetti diventino realtà.

Così hanno fatto Francesco, Luca, Riccardo e Filippo.

A loro, tutta la mia ammirazione. 

Con la speranza di trovare anche in me la forza di credere in quell’idea che ultimamente aleggia sempre più spesso tra i miei pensieri.

Ma questa,

è un’altra storia!

Eleonora

 

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Quindi, anche mamma e papà fanno l’amore?

Quando ero piccola ero convinta che i miei genitori avessero fatto sesso solo due volte, quelle necessarie per mettere al mondo me e mio fratello.

Poi, quando avevo nove anni, e mia madre è rimasta nuovamente incinta, le mie certezze hanno iniziato a vacillare.

Che forse l’avessero fatto ancora una volta? Solo quella necessaria per riprodursi e mettere al mondo il loro terzo figlio?

Infine, sono diventata madre anche io e ogni mia certezza riguardo l’asessualità dei genitori è venuta meno, o quasi!

Quindi, anche mamma e papà fanno l’amore?

Ebbene si. E’ dura da accettare, ma è così!

Nei primi mesi dopo la nascita di Mia, avevo quasi trovato conferma alla tesi dell’assoluta astinenza dal sesso dei genitori. Tanto che immaginavo fossero opera dello Spirito Santo tutte quella pancine di mamme di nuovo in attesa con primogeniti ancora neonati.

Io che a malapena trovavo il tempo di lavarmi i denti e che nei momenti liberi mi toglievo il latte in polvere da sotto le unghie e loro che si accoppiavano? Com’era possibile?!?

Pian piano, poi, sono tornata sui miei passi. E ho avuto la definitiva e inconfutabile prova che anche mamma e papà, ogni tanto, con difficoltà, trovano il tempo per scambiarsi qualche effusione.

Come cambia il rapporto di coppia con la nascita di un figlio?  Cambia? Eccome se cambia!

Se prima si poteva pensare di dedicare un paio d’ore o addirittura un’intera serata all’intimità, con l’arrivo di un neonato in casa, tutto ciò diventa utopia: gli incontri si riducono a un “ah ciao, anche tu nel letto? Bene, quanti altri nanosecondi di autonomia hai prima di crollare in un sonno profondissimo, tale da costringermi a controllarti il battito per accertarmi che tu sia viva?”.

Se un tempo il tuo compagno poteva illudersi di conquistarti con una cena fuori, accompagnata da del buon vino e una scatola di cioccolatini, ora quel calice di troppo a tavola è al secondo posto dopo il cloroformio nella scala dei prodotti soporiferi. Dimenticatevi il suo effetto precedente, non confidate più nella sua capacità di sciogliere i freni inibitori. Il vino cari uomini, ore è il vostro nemico numero 2.

Vi state chiedendo quale sia il numero 1? Ovvio: è proprio lei, la nana.

Per avere la tua donna, caro papà, devi prima liberarti della nana!

Come prima cosa bisogna far sì che si addormenti e no, con lei non potete usare la tecnica del “ti offro un po’ di vino”.

Casualmente, proprio quella sera, quella in cui avreste bisogno di stare insieme e sentirvi uniti come ai bei vecchi tempi, a lei starà spuntando un molare, avrà la febbre o qualche altra malattia di cui fino a qualche istante prima non conoscevate l’esistenza oppure, semplicemente, avrà voglia di rompere i maroni!

Lei che tutte le sere va a letto alle 21.30, quella sera avrà voglia di fare after e, con buone probabilità, vi addormenterete nel tentativo di farla dormire.
Lei continuerà indisturbata a guardarsi Rai Yo Yo fino alle 6 del mattino, quando la tv si spegnerà da sola causa suicidio o deciderete voi di concedergli l’eutanasia cliccando sul telecomando che, conficcatosi nelle vostre costole, vi disturba il sonno.
Infine crollerà, con gli occhi fuori dalle orbite e in overdose di Peppa pig.

Le sere in cui sarete più fortunati e riuscirete a stroncarla con una combo di 18 libri di favole e 14 litri di camomilla, dovrete comunque essere molto accorti nella ricerca del luogo adatto e no, non potete andare in Motel “tanto lei dorme, non se ne accorge neanche!”.

Se negli anni passati ci si poteva far prendere dall’impeto di un momento e lasciarsi andare in qualsiasi angolo della casa, ora, decisamente, non è più così: il luogo designato deve essere quello più distante possibile da quello in cui la bambina dorme, lei che sente anche uno spillo cadere su un cuscino, non potrà non riconoscere il rumore delle doghe e si sveglierà urlando “avevate detto che non si poteva saltare sul letto!”. Disturbata dal rumore del piumone che viene spostato per infilarcisi sotto o dal suono dell’elastico degli slip, si accorgerà di aver perso il suo doudou e dovrete andare a cercarglielo. Un breve salto in bagno a darvi una rassettata ed è fatta: sentirà il rumore dell’acqua che scorre, e si ricorderà di avere sete.

Infine, ormai sveglia per colpa vostra, vorrà venire nel lettone.
Tra di voi, nel mezzo, ma disposta orizzontalmente, in modo tale da accentuare la distanza e impedirvi ogni tipologia di contatto, costringendovi a mandarvi la buona notte tramite whatsapp.

Eh va be’, dai, sarà per la prossima volta, quella in cui avrà 18 anni e sarà andata a vivere da sola!
 

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Week end da Lolini (2° round).

Eccomi qui, che cerco di tenere fede a quanto dichiarato nel mio ultimo post.

Purtroppo però non posso raccontarvi del nostro ultimo week end, perché Loris ha deciso di beccarsi la bronchite, quindi, a meno che non siate interessate a conoscere maggiori dettagli a riguardo (ve lo sconsiglio), vi parlo di un posto in cui siamo stati, ormai, due settimane fa.

Si tratta di “the meatball family”, polpetteria milanese di cui è proprietario anche Diego Abatantuono.

Erano mesi che dicevo a Loris che avrei voluto provarlo, tutti me ne avevano parlato molto bene, ma io sono come San Tommaso, quindi ho sentito la necessità di andarmi a sfondare di polpette, per poter dire la mia in merito!

Come al solito Loris e Mia sono venuti a prendermi sotto lo Studio e dopo aver scarpinato per un paio di km, perché si sa che in zona navigli il parcheggio vicino e senza commettere una quindicina di infrazioni/omicidi è una vera utopia, siamo giunti a destinazione.

Appena arrivati la nana ha deciso bene di farsi scappare la cacca e di comunicarlo a tutta la sala, quindi prima tappa: cesso. In realtà io trovo che dai bagni dei posti si possano capire molte cose, quindi mi piace visitarli anche se non ne ho necessità per capire dove mi trovo.

Tornate al tavolo, pezzate per l’impresa titanica di fare la cacca “in volo” senza sfiorare nulla di ciò che ci circonda, abbiamo ordinato.

Per Mia abbiamo scelto gli spaghetti con le polpette al sugo. E’ arrivato un piattone gigante con tre mega polpette, bello da vedere e anche molto buono da mangiare!

Io e Loris, invece, abbiamo scelto un mix di polpette: otto tipi diversi di cui alcune di carne, altre di pesce, altre ancora vegetariane.

Ogni polpetta è grossa più o meno come una pallina da tennis, quindi abbiamo deciso di andarci cauti e iniziare solo con il piatto “degustazione”, che poi si è rivelato essere più che sufficiente, soprattutto considerato che quello stecchetto di Loris è l’uomo con meno appetito sulla faccia della terra!

Dato che io non so scegliere e vorrei provare sempre tutto ciò che compare sul menù, la possibilità di provare tutto in un unico piatto è fantastica. Unito al fatto che decidiamo ancora noi, o quasi, cosa Mia mangerà, mi ha dato la possibilità di sbizzarrirmi, ma, non contenta, ho deciso di ordinare anche patatine e verdurine fritte.

Devo dire che essendo di origini pugliesi e avendo la nonna che è la queen delle “purpette” partivo molto scettica e, effettivamente, le meatball non avevano assolutamente niente a che vedere con le polpette della Susanna. Ma erano comunque molto buone, anche se diverse.

I ragazzi di fianco a noi hanno ordinato il tris di hamburger, la faccia era bellissima.

E questo è uno dei primi elementi che salta all’occhio: i piatti sono tutti molto belli da vedere, gli spaghetti erano così belli da sembrare finti!

Anche il locale è molto carino, con l’arredamento in stile americano e il faccione di Diego che ti fissa mentre mangi. Il personale è molto gentile, la responsabile offriva chupa chups a tutti i bambini cacacazzo e Mia se ne è aggiudicato uno in tempo record!


Ok, tutto buono, bello, carino e simpatico, ma…c’è un ma: il conto!

Quando esco lo faccio perché voglio rilassarmi, fregandomene di dover organizzare la cena e pulire la cucina, sono pronta a investire del denaro a tal fine, ma mi piace anche valutare il rapporto qualità-prezzo, in maniera abbastanza puntigliosa.

Loris, sapendolo, quando usciamo dai posti e sa che la mia prima domanda sarà “quanto abbiamo pagato?”, a volte organizza sketch fastidiosi dichiarando cifre assurde, sapendo che mi gira il culo.

Così è stato. Prevedibilmente, appena usciti, ho posto la consueta domanda e mi ha risposto “90 euro”.

Convinta che fosse la sua solita scenetta ho trascurato per un attimo la cosa, attendendo che confessasse.

Poi ho capito che davvero abbiamo pagato 90 euro per mangiare in 2 e mezzo, prendendo un piatto in comune e uno di spaghetti per la bambina!

Devo dire che, a mio avviso, il prezzo è davvero sproporzionato rispetto a quello che abbiamo mangiato, tanto che ho sospettato ci fosse un errore, ma sapete bene cosa fanno gli uomini appena usciti dai locali, vero?

Buttano lo scontrino, non consentendo alle tirchie, rompicoglioni come me di verificare cosa e quanto abbiamo pagato!

 

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Il week end dei Lolini.

Ho deciso di creare una sorta di rubrica settimanale. Come ogni buon proposito che meriti di definirsi tale, non ho nessuna certezza riguardo alla assiduità con cui mi ci dedicherò, ma, appunto, c’è la buona volontà, almeno quella iniziale.

L’idea è quella di dedicare un post settimanale ai nostri week end o, comunque, alle nostre uscite, per non annoiarvi con testi troppo lunghi.

Lo so che il mio programma per sopravvivere al settembre comprendeva uscite di coppia, ma per ora nessuno degli obiettivi contenuti in quel post è stato raggiunto, quindi vi racconterò del nostro ultimo week end a tre, anzi, di una parte.

Purtroppo non abbiamo un cognome che meriti di essere erto a titolo di un testo, senza rischiare di cadere nel volgare, quindi ripieghiamo sul nome.

Per sopravvivere al rientro, stiamo cercando di goderci a pieno il fine settimana, illudendoci per un paio di giorni, di essere ancora in vacanza.

Venerdì, quindi, Loris e Mia sono venuti a prendermi a lavoro per andare alla scoperta di un nuovo locale aperto a Milano, “Pescaria”.

Mi avevano attratto le foto che giravano sul web, immortalavano favolose tartare e ho pensato che fosse proprio adatto per godermi una cena fuori senza infrangere la dieta che quotidianamente dichiaro di iniziare da quando due settimane a casa della nonna mi hanno regalato 3 kg su fianchi e le chiappe.

Arrivata lì la vista di quei mega panini colmi di prelibatezze e l’odore di frittura di pesce mi hanno convinta che non fosse di certo il giorno adatto per essere a dieta, meglio rimandarla a lunedì.

Il posto ha aperto da pochissimo e di certo le dimensioni non lo aiutano, ci saranno una trentina scarsa di posti a sedere per un centinaio di persone in fila all’ora di punta, ergo: aspetti il tuo turno o te ne vai da Mc Donald. Arrivati lì, la coda infinita ha rischiato veramente di farci demordere, ma abbiamo resistito e con una nana affamata e incazzata nera per l’attesa,  abbiamo aspettato il nostro turno, che è arrivato più in fretta del previsto.

Abbiamo ordinato due panini, Loris ha scelto quello con i gamberi al ghiaccio e io quello con la tartare di salmone (così da rimanere fedele alla mia idea iniziale e fingere di starmi tenendo leggera). La Mimi ha diviso con me il panino e abbiamo preso la frittura mista e le verdure fritte “croccanti” da condividere. Scegliere dal menù è davvero difficile, perchè tutto ti sembra buonissimo, ti guardi intorno e vorresti provare tutto ciò che vedi nei piatti!


Funziona così: ti spari la fila (una buona mezz’ora), ordini e paghi. Speri di trovare un posto a sedere prima che il ragazzo urli il numero del tuo ordine e ti consegni le prelibatezze tanto attese, per poi strafogarti come se non ci fosse un domani, di quelle mangiate da fare invidia a Alongi quando la fame chimica lo assale: veloci ma soddisfacenti!

Il lato positivo è sicuramente il cibo, anche se le verdure di stagione, definite “croccanti” dal menù, non lo erano affatto e il fritto misto era stato tirato fuori dalla friggitrice un bel po’ prima che ci venisse servito, tiepido ma buono.

I panini sono giganti e particolari, con molti ingredienti ben accostati tra loro e comunque abbastanza delicati da affiancarsi al pesce senza coprirne completamente il sapore.

Sicuramente non è il luogo dove trascorrere una cenetta romantica, né quello adatto ad una nana, che però, ogni volta, dimostra di essere una bambina in grado di adattarsi alle circostanze più disparate, non è nemmeno il posto dove andare a mangiare con calma, tra una chiacchiera e l’altra: mentre stai ingurgitando gli ultimi bocconi senti il fiato sul collo del ragazzo che ancora non ha trovato una seduta e teme l’arrivo della sua ordinazione prima che tu mandi giù il totano.

Sicuramente da provare, ma non da riprovare, o meglio, non prima che si calmino un po’ le acque e tutta Milano l’abbia già provato, così da non ritrovarti in fila dietro ai restanti 1,3 milioni di abitanti.

 

 

 

 

 

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L’aborto. Tra disposizioni legislative e esperienza personale.

E’ matto uno Stato che legalizza l’aborto? E’ folle un Governo che presenta un progetto di legge che permette a tutte le donne di interrompere la gravidanza anche laddove non sia per fini terapeutici?

Negli anni ’70 del secolo scorso, dopo l’introduzione della legge sul divorzio, il Parlamento ha dedicato la propria attenzione al tema dell’aborto, optando per la sua legalizzazione.

Tra l’indignazione della Chiesa e di chi riteneva quantomeno inopportuna una simile disciplina, lo Stato ha tirato dritto fino a partorire (passatemi il termine, visto il tema trattato) la legge 194/1978.

Cosa gli è passato per la testa?

Di certo non si trattava di una scelta volta a incentivare una simile procedura, né con una tale innovazione il Governo voleva sminuire il valore della Vita o andare contro alla Morale di un paese a maggioranza cattolico.

La verità è che l’obiettivo era esattamente quello opposto.

Mai scelta fu più lungimirante, viene da dire ora che possiamo parlarne col senno del poi.
Lo scopo era innanzi tutto quello di ridurre al minimo un fenomeno assai diffuso, quello degli aborti clandestini, che mieteva migliaia di vittime: donne che morivano nel tentativo di interrompere gravidanze indesiderate, senza assistenza medica e in luoghi privi delle condizioni igienico-sanitarie necessarie.
Dall’altro lato, si sosteneva l’idea per cui la legalizzazione avrebbe disincentivato il ricorso a questa pratica, e così fu: il numero degli aborti diminuì drasticamente.

Una scelta forzata, che si è rivelata quella giusta. La legalizzazione si è dimostrata il miglior deterrente esistente.

Detto questo, senza volervi annoiare con la mia personale opinione riguardo alla questione giuridica, voglio raccontarvi di come io ho affrontato questo tema quando mi ci sono trovata faccia a faccia, scontrandomici violentemente.

Come molti sanno, Mia è il regalo di una notte in cui io e Loris ci siamo divertiti molto, forse troppo!

Prima che tutto ciò succedesse, quando mi veniva chiesta la mia opinione sull’aborto, senza esitazione mi proclamavo favorevole (e lo sono ancora), sostenendo a spada tratta la libertà personale del singolo, in questo caso della donna, e il suo diritto a scegliere liberamente come gestire il proprio corpo. Dichiaravo che se mai fossi rimasta incinta senza desiderarlo, avrei senza dubbio optato per l’interruzione.

Cosa è successo poi?

E’ successo che sono proprio rimasta incinta senza volerlo e tutte quelle idee che per lungo tempo avevo sostenuto, credendole mie, si sono sgretolate, lasciando spazio a un mucchio di nuovi pensieri.

E’ successo che quelle frasi dette con la superficialità di chi non ha mai provato la sensazione di avere dentro sé una Vita nuova, non suonavano più così credibili alle mie orecchie.

E’ successo di dover fare i conti con un turbinio di emozioni nuove, tra le quali già riconoscevo l’amore per un figlio.

E’ successo che quello che qualche mese prima avrei definito un “grumo di cellule”, era già mio FIGLIO, non importava da quanto e perché, importava che c’era, ed era proprio dentro di me.

E allora tutte quelle apparenti certezze dovute all’ignoranza mi hanno abbandonato, lasciando spazio a nuove convinzioni, questa volta fondate sulla conoscenza.

Ho conosciuto e riconosciuto l’amore per Mia dal primo istante in cui ho scoperto della sua esistenza e, proprio in quel preciso momento, ho capito di non poter fare a meno di lei.

Ho conosciuto una nuova parte di me e un nuovo aspetto della vicenda, che non avevo colto:
non è libera solo la Donna che sceglie l’interruzione, ma anche la Madre che decide di esserlo, per sempre.

Eleonora

 

 

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Riflettendo sul “Fertility Day”.

La diffusione delle immagini relative alla campagna pro fertilità del Ministero della Salute ha davvero sollevato un polverone negli ultimi giorni.

Sicuramente provocatori, gli slogan utilizzati hanno raggiunto l’obiettivo: attirare l’attenzione su una questione assai delicata e spesso trascurata.

Certo, ci sarebbero stati almeno un milione di modi diversi per raggiungere lo stesso scopo in maniera più dignitosa, ma sicuramente gli slogan diffusi, tanto assurdi da lasciare a bocca aperta e indurre a chiedersi “ma si sono rincoglioniti?”, hanno sortito almeno uno degli effetti desiderati: far riflettere.

E anche io l’ho fatto. Ho riflettuto.

Troppo semplice ora impegnare questo post per smontare le tesi sostenute nelle cartoline che circolano sul web, talmente folli da non stare in piedi, non necessitano di essere abbattute.

Preferisco riportare i dubbi e le perplessità che sono sorti in me, una volta costretta a chiedermi cosa abbia portato a questo calo delle nascite e al conseguente allarme demografico che il Governo sta cercando in modo del tutto discutibile di spegnere.

Mi sono chiesta se davvero i nostri nonni, bisnonni, trisavoli e tutti i nostri avi godessero di condizioni particolarmente agiate, tali da consentire di mettere al mondo figli senza dover affrontare difficoltà e dubbi. Mi sono domandata se davvero nel dopoguerra, quando le famiglie erano molto più numerose, quando le donne partorivano anche sei o sette volte, vi fossero molti più asili a disposizione o la gente avesse contratti di lavoro da portarsi fino a dentro la tomba.

Non ho le risposte, non sono in grado di valutare se, effettivamente, quando i nostri genitori hanno deciso che fosse giunto il momento di allargare la famiglia, versassero in condizioni migliori di quelle in cui si trovano i giovani di oggi, ma ho gli strumenti per fare delle riflessioni.

E’ evidente che ci siano tantissime famiglie, che, pur volendo, non potrebbero sostenere l’impegno economico che un figlio comporta. Questo è molto triste oltre che ingiusto, perchè penso che la maternità, così come la paternità, sia un diritto e come tale dovrebbe essere garantito a tutti equamente. Lo Stato dovrebbe agire al fine di porre tutti nelle condizioni minime necessarie per poter costruire il proprio nucleo familiare, a nessuno dovrebbe essere negata l’emozione di diventare genitore. Siamo al mondo anche e soprattutto per questo, a mio avviso.

Le mie perplessità non riguardano di certo quella grossa fetta di popolazione che versa in condizioni economiche talmente sfavorevoli da non consentire loro di poter godere della gioia che un nuovo arrivo porta con sé.

Tuttavia non penso che il calo delle nascite sia legato esclusivamente alla crisi economica, penso, invece, che esitano moltissime coppie che, pur avendo le condizioni minime per poter allargare la famiglia, non rendendosene conto, rimandino e rimandino il momento, attendendo quello “giusto”. Aspettando di avere creato le condizioni ottimali, quelle che permettano di non far mancare nulla al nuovo arrivato, quelle che comprendono l’avere un’auto, una casa di proprietà, due lavori a tempo indeterminato, qualche nonno o un parente disponibile ad accudire il piccolo e l’asilo nido a prezzi vantaggiosi.

E non li biasimo, anche io potendo scegliere, avrei cercato di diventare mamma una volta terminata l’università, anche io avrei preferito di gran lunga attendere di trovare un lavoro stabile e di pagare almeno qualche altra rata della casa, anche io sapendo di avere quattro nonni lavoratori full time, avrei aspettato che almeno uno di loro andasse in pensione (possibilmente una nonna!). Non posso certo biasimare chi i conti li ha fatti meglio di me, proprio io che sono abituata a non fare nulla se non credo di poter dare il meglio.

Io non ho scelto (o meglio, ho scelto nel momento in cui ho scoperto di avere Mia dentro me, di volerla con tutte le mie forze), quindi mia figlia è nata in un periodo in cui eravamo ancora all’inizio del cammino, in cui avevamo appena iniziato a lavorare sul nostro futuro insieme e non eravamo certo PRONTI.

Per questo ad oggi non posso che essere contenta che a me “sia capitato”, io sono una che aspetta di essere pronta, quindi probabilmente avrei rinviato il momento di molti anni.

Eppure mi ritrovo qui, con una bambina, una casa in affitto, ma con riscatto, quindi potrà un giorno essere nostra, un percorso lavorativo appena iniziato, per il quale ricevo un rimborso spese che è inferiore al costo della retta del nido, che paghiamo affinché io possa andare a lavoro, quattro nonni che lavorano e un compagno che ha interrotto gli studi per affrontare la paternità, ma, sono sicura, un giorno li riprenderà!

E vi assicuro che riusciamo comunque benissimo ad essere genitori, vi assicuro che non facciamo mancare nulla a nostra figlia, vi assicuro che ringrazio tutti i giorni per quella sera, andata un po’ così, in cui qualcosa ha deciso di stravolgere completamente i nostri piani, rimescolare tutte le carte e vedere cosa fossimo in grado di fare.

E quindi lo dico a voi, che sognate un figlio ma aspettate il momento giusto, non siate troppo esigenti, il momento giusto potrebbe anche essere oggi.

Non lasciatevi intimorire da un mondo che sembra non darvi più certezze, valutate bene, potreste già avere tutto ciò che vi serve per poter compiere il passo che tanto sognate, ma che credete sia ancora più lungo della vostra gamba.

Magari la strada sarà più dura, sicuramente i vostri progetti dovranno essere rivisti, probabilmente dovrete fare delle rinunce e riorganizzare le vostre esistenze. Ma ciò che riceverete in cambio ha un valore inestimabile, vi ritroverete ad essere felici da far schifo anche quando gli obiettivi lavorativi che avreste potuto raggiungere in sei mesi verranno raggiunti in due anni, scoprirete di non dover abbandonare i vostri sogni, occorrerà solo metterci più impegno affinché si realizzino.

Ma se davvero desiderate un figlio, se davvero sentite dentro di voi la voglia di diventare genitori, guardatevi bene intorno, potreste già avere tutto ciò che vi serve per potervelo permettere!

Eleonora

 

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Wake me up when september ends.

Eccomi qui. Tempestiva eh?!?

Ieri il rientro e finalmente ho il mio computer con me, confesso di essere stata tentata di scrivere un post durante le vacanze, usando l’iphone, ma poi l’idea di perdere la vista sotto l’ombrellone mi ha fatto demordere.

Non starò qui a raccontarvi di quanto sia stato fico essere in ferie, ed effettivamente lo è stato molto, ma penso siano bastate le foto postate su Instagram a rendere l’idea.

Vorrei, piuttosto, raccontarvi di quanto odi il mese che è alle porte.

Settembre crea in me uno stato di ansia che difficilmente provo negli altri periodi dell’anno. Io vivo nell’ansia perenne, ma nella scala dei periodo più ansiogeni c’è in cima proprio quello che sta per arrivare!
Fin da quando ero piccola, il solo vedere che in televisione iniziavano a sponsorizzare zaini, diari e oggetti per la scuola, generava in me agitazione e mi riportava con la mente alla realtà, impedendomi di godermi a pieno gli ultimi giorni di vacanza.

Sono fatta così: non riesco a vivere il momento, la mia testa va oltre e inizia ad organizzare e pianificare quello che dovrò affrontare nel periodo successivo a quello in corso.

E anche quest’anno, puntuale come la nonna quando deve andare all’Auchan, è giunto il tempo di fare i conti con ciò che verrà.

Il tentativo di non darmi per sconfitta fin dall’inizio, buttando la spugna di fronte all’inesorabile ritorno alla routine di tutti i giorni, mi ha spinta a ragionare sui miei obiettivi futuri, piuttosto che soffermarmi sulla merdosità del non godermi più la quotidianità con Mia, dell’uscire dal lavoro quando è già buio, del congelare appena messo il naso fuori di casa e di tutte le altre sgradevolezze che l’autunno e poi l’inverno si portano dietro.

Ecco quindi una lista degli obiettivi che vorrei raggiungere quest’anno, più che di traguardi da tagliare, si tratta di tentativi di gestire al meglio la mia esistenza, evitando di lasciarmi travolgere dagli impegni e dalla noiosa quotidianità.

Il primo e assolutamente indispensabile passo da compiere è quello di riprendere a fare attività fisica, di qualsiasi tipo, prima che il mio corpo si decomponga e mi ritrovi con le chiappe alle caviglie.
Non sono mai stata un’atleta, non sono brava in nessuno sport (a meno che non si faccia rientrare il fracassamento di palle tra gli sport) ma ho sempre cercato di mettere una pezza al flaccidume dilagante e di fare qualcosa che mi permettesse di scofanarmi porcate in quantità senza sentirmi in colpa e, soprattutto, senza trasformarmi in Giuliano Ferrara.
L’anno scorso avevo iniziato a correre, niente di esagerato, facevo 5 km arrancando e arrivavo a casa con la faccia di chi ha appena finito la maratona di New York, elemosinando acqua e zucchero per scongiurare il rischio svenimento. Non mi sono mai appassionata realmente alla corsa, ma mi faceva sentire relativamente bene o, comunque, ero riuscita a convincere il mio cervello che fosse così e almeno tre volte alla settimana mi costringevo a scollare il culo dal divano e lanciarmi in pasto alle zanzare all’ora del tramonto, avevo addirittura investito ben € 12.90 nell’acquisto di un paio di scarpe da corsa del Decathlon, a dimostrazione di quanto seriamente avessi preso la cosa.
Poi ho iniziato a lavorare e non sono più riuscita a organizzarmi, finendo molto tardi la sera, inevitabilmente ho dovuto rinunciare all’attività fisica arrendendomi alla suprema forza di gravità che attrae inesorabilmente le mie chiappe al suolo.

Il secondo obiettivo che intendo raggiungere è quello di cominciare a studiare per l’esame di Stato. Quando mi sono laureata ho ringraziato Dio di non dover mai più sottopormi a esami e, conseguentemente, passare ore, giorni, mesi sui libri. Ovviamente avevo messo in conto che non avrei potuto e voluto inseguire il sogno di diventare Avvocato, convinta che l’avere Mia avesse reso impossibile la sua realizzazione. Poi mi sono ricreduta e sono ricaduta nel tranello che da sempre mi tendo da sola: aspirare a cose che richiedono sbattimenti immani per essere realizzate, maledicendo per tutti gli anni a venire il giorno in cui ho preso la decisione di intraprendere quel percorso.
In realtà, avendo iniziato il praticantato a novembre, non potrò partecipare all’esame che si terrà quest’anno e dovrò attendere il 2017, ma parto svantaggiata rispetto alla stragrande maggioranza dei candidati, che lo affronterà dovendo pensare solo allo studio, potendosi concentrare a pieno: con una nana al seguito e un lavoro che mi occupa la maggior parte della giornata credo che mi toccherà dedicare la pausa pranzo alla preparazione e temo, tra l’altro, che non sarà assolutamente sufficiente. Ma è troppo presto per consentire anche a questa ansia di prendere piede, quindi, per ora, mi accontento di trovare dei piccoli buchi di tempo in cui iniziare a studiacchiare qualcosa.
Non sto nemmeno qui a dirvi quanto questa cosa mi faccia cacare, ma mi tocca e affronterò il tutto stoicamente (non è vero, lo farò lamentandomi fino a quando avrò fiato).

Il terzo punto su cui intendo lavorare è la mia vita sociale. Ebbene si, un tempo ne avevo una.
Ora il massimo della convivialità lo raggiungo quando scambio due chiacchiere con la panettiera sotto lo Studio o quando incontro una cancelliera simpatica in Tribunale (caso assai raro, posto che per diventare cancelliere devi superare il test di stronzaggine e solo se sei veramente ma veramente acida e scorbutica ti è concesso l’accesso alla professione).
Ho quindi pensato che per prima cosa sarebbe più che opportuno che io e Loris reintroducessimo la nostra uscita di coppia mensile: quando Mia ha compiuto un anno, abbiamo deciso che avremmo dedicato almeno una sera al mese solo a noi due (si trattava di una cena, non immaginatevi notti folli, motel o festini) ma serviva a me e a noi, anche solo per riuscire a rivolgerci la parola e trattare argomenti diversi dal “stasera porto fuori l’umido o il secco?”. Poi non so bene cosa sia successo ma gradualmente abbiamo abbandonato questa abitudine ancor prima che la si potesse realmente definire tale.
Ma vi dirò di più: il traguardo dei traguardi sarebbe quello di introdurre, oltre alla cena di coppia, un’uscita tra amici. Probabilmente quando li rincontrerò stenteranno a riconoscermi, qualcuno si presenterà, pensando che sia nuova della zona, visto che anche sotto questo punto di vista ho veramente molto da contestami.
La nana ha ormai 2 anni e qualche mese e le uscite che ho fatto con le mie amiche da quando è nata si contano sulle dita di una mano, a costo di essere ripetitiva, anche in questo caso, devo dire che prima che il praticantato si appropriasse della mia esistenza riuscivo a ritagliarmi un po’ più di tempo per me (parlo in termini di un paio di ore al mese, ma ad oggi anche quelle sono una vera e propria utopia!).

Credo di dovermi fermare qui, perchè già questo breve elenco di buoni propositi rischia di rimanere solo sulla carta, non vorrei disattendere ulteriori aspettative scritte nero su bianco.

In ogni caso, io il tentativo di andare a dormire sperando di svegliarmi il primo di ottobre lo faccio.

Buon settembre a tutti, soprattutto a chi, come me, lo odia con tutto se stesso!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Caro Voltaire, sei proprio sicuro?

Il web è molto pericoloso.

La gente non ha voglia di leggere testi troppo lunghi, dà un’occhiata, legge un paio di commenti e si fa un’idea.

Spesso immagina di trovare scritto quello che gli piacerebbe leggere, forse perché partendo dall’autore ne ha idealizzato il pensiero.

A volte basta un titolo scritto in maniera efficace affinchè un articolo ottenga un sacco di like, ma quanti davvero lo hanno letto?

Me lo sono chiesta in questi giorni, in cui in molti hanno avuto da dire, sia in positivo sia in negativo, su alcuni dei miei testi.

Quanti li hanno letti?

Perché mi fanno domande del genere se la risposta è al loro interno?

Perché la loro interpretazione non coincide con quanto avrei voluto comunicare?

A volte basta anche solo la foto con cui si invita a leggere il post per creare disguidi e incomprensioni, una parola al posto sbagliato, un verbo al posto di un altro.

E scoppia subito il finimondo.

Attenzione però, non sempre è il lettore a incappare nell’errore e nella superficialità, molto spesso è l’autore a rendere la rete un luogo davvero insidioso, sottovalutando l’immenso potere dello strumento utilizzato.

Se da un lato si comprende di avere un’influenza e la si sfrutta con diverse finalità, dall’altro, spesso, viene trascurata l’effettiva portata della propria incidenza e si dà spazio a pensieri e parole che, forse, sarebbe più opportuno mantenere intimi.

Si, perché a quanto pare il web, strumento dai più definito “democratico”, di certo, a mio avviso, per nulla meritocratico, è ben predisposto ad accogliere post di qualsiasi tipo, compresi quelli a sfondo razziale, quelli in cui si incita all’omofobia o la xenofobia, quelli irrispettosi e scorretti, quelli in cui si fomenta l’odio e l’emarginazione o in cui si pratica il tanto famigerato bullismo telematico.

La rete diventa, allora, un vero e proprio pericolo collettivo.

Se sbagli bacheca e provi a esprimere dissenso, rischi il linciaggio.

Orde di utenti incattiviti manifestano opinioni discutibili con modalità altrettanto discutibili, talvolta litigano tra loro senza comprendere di stare esprimendo la stessa posizione, l’importante è scaldarsi ed essere pronti a scattare. Non tanto per il rispetto delle proprie idee, quanto piuttosto per mantenere salda la propria immagine, quella di chi non ha paura di rendere noto il proprio pensiero e si sente in diritto di farlo nelle forme più improbabili.

“Non sono d’accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di dirlo.”, diceva saggiamente Voltaire*, probabilmente non immaginava che nel mondo si sarebbero diffusi così tanti coglioni.

Chi costruisce intere “carriere” sulla trasmissione di messaggi di odio, producendo video e articoli in cui si inneggia alla violenza e alla “pulizia etnica”.

Chi pur non esponendosi a tal punto, con un semplice like, avvalla le altrui idee e posizioni.

Chi non si lascia sfuggire l’occasione fornita da un fatto di cronaca per accusare ancora una volta intere collettività, popolazioni composte da milioni di persone, talvolta confondendo provenienza geografica con appartenenza religiosa.

E così il musulmano diventa arabo, poco importa se in realtà è francese per nascita, l’importante è convogliare rabbia e rancore su qualcuno o qualcosa.

E allora, mio caro Voltaire, chissà come l’avresti pensata se avessi vissuto in quest’epoca, forse avresti aggiunto una postilla a margine, per rendere chiaro a chiunque che a tutto c’è un limite.

Un limite del quale non si può non tenere conto quando si comunica con migliaia di persone, quando si ha un’influenza più o meno accentuata sul proprio “pubblico” e, soprattutto, quando la propria posizione risulti essere in netto contrasto con principi sanciti dalla Costituzione, quale il sacrosanto principio di non discriminazione.

Purtroppo, a quanto pare, le masse sono pronte a ergersi paladine della giustizia on line, scagliandosi contro chi fa due battutine sull’acquisto di follower o dichiara di non ritenere un lavoro quello esercitato dalle “sponsor blogger”, al punto da invitare ad attaccarmi chi non lo ha fatto perché non si è sentito chiamato in causa, al punto da tacciarmi di malignità, invidia e cattiveria, al punto da infilarmi in bocca parole mai dette per il gusto di averla vinta.

Ma dove finiscono tutti loro di fronte ad un “Italia agli italiani”?

Ah già, stanno mettendo il like.

 

 

*Anche se l’attribuzione della frase a Voltaire è dubbia.

 

 

 

 

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Le promesse vanno mantenute.

Le promesse vanno mantenute, questo è quello che vorremmo insegnare alla nostra bambina. Farle capire il valore della parola data, di un impegno preso, è il nostro obiettivo.

Ma c’è qualcuno tra noi tre che, tempo fa, ha fatto una promessa e finge di averla dimenticata.

No, non si tratta di Mia…

Quando sono rimasta incinta, a distanza di 4 esami dalla fine del mio percorso universitario, abbiamo stilato un programma, una sorta di piano per riuscire a comprendere se, effettivamente, avessimo la forza anche economica di diventare genitori.

Si è subito deciso che non avrei in nessun caso dovuto rinunciare a concludere gli studi.

Ma anche Loris studiava, sebbene lavorasse già da tempo.

Un po’ per galanteria, un po’ perchè la sua voglia di studiare era pari a zero e, forse, non aspettava altro che un’occasione per liberarsi dalle incombenze dell’accademia che frequentava, si è immolato, promettendo, però, che sarebbe stata una cosa temporanea.

Sono passati quasi tre anni dal giorno in cui  mi ha promesso che, prima o poi, avrebbe ripreso gli studi e che, sicuramente, non avrebbe mai rinunciato alla sua passione, continuando a coltivarla nel tempo libero e l’unica che ha tenuto fede all’accordo, per ora, sono io.

Sono mesi che lo sprono a riprendere in mano carta e penna, anche solo per fare degli schizzi, ma la risposta che ricevo è sempre la stessa: “non ho tempo, preferisco dedicare ogni istante libero a Mia”.

In questi giorni l’ho convinto, con la scusa di voler cambiare la mia immagine del profilo Instagram, a riprovarci, a ritagliarsi dei piccoli spazi da dedicare al suo amore per l’arte, in tutte le sue forme.

Ha scoperto di poter condividere questi momenti con la nana, che, in realtà, non fa altro che cercare di pasticciare i fogli altrui e chiedere in prestito il colore che sta utilizzando qualcun altro, ma si sono divertiti e ne è venuto fuori una cosa strepitosa.

Lui, imbarazzato e incerto, non vorrebbe mai far vedere nemmeno a me il risultato dei suoi lavori, conscio poi del fatto che io, invece, orgogliosissima di lui, amo condividerli e lodarlo pubblicamente!

Voi, mie complici, avete collaborato inconsapevolmente alla mia missione, riconoscendo il pregio del suo operato, voi che con i vostri complimenti gli avete fatto capire, ancora una volta, che ha una dote, di quelle vere.

E allora, non siamo ancora al punto in cui la promessa viene realmente mantenuta, il tempo, la voglia e le condizioni generali affinché lui termini gli studi non ci sono, ma ci sono quelle per cui lui possa tornare a credere in se stesso, a riconoscere il vero valore di ciò che fa e a investire nella sua grande ed unica passione.

Una passione che lo vede trasformare le tovaglietta del ristorante in piccole tele, che lo carica come un bambino il giorno di Natale quando viene a sapere di dover decorare la borsa per l’asilo di Mia e che lo fa alzare alle 7 del mattino di domenica perchè ha avuto un’idea e vuole realizzarla, senza togliere tempo a noi.

Lui la sua grande opera l’ha già compiuta, insieme a me. Ma ora è il tempo di continuare a infondere bellezza…

Per questo, vi invito tutti a dare una sbirciata al suo profilo artistico su Instagram, si chiama “lafrettadilolino”, il perchè lo potete leggere nella biografia!

 

 

 

 

“Artista è colui che fa della propria vita un’opera d’arte”.