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Una vita fa…

21 luglio 2013.

Dopodomani ho un esame ma ormai ho dato la disponibilità a lavorare, posso arrivare un po’ più tardi e andare via un’oretta prima, ma mi tocca andare.

Ho dovuto dare disponibilità perché c’è un evento molto importante, che porterà un sacco di persone. Non è un posto di lavoro fisso il mio, lavoro a chiamata e in estate, di sicuro, c’è più necessità. Devo sfruttare ogni occasione, non perché ne abbia realmente bisogno, studio ancora e i miei mi mantengono, nonostante da un annetto abbia deciso di andare a vivere con Loris, ma non mi è mai piaciuto dipendere completamente dagli altri, cerco quindi di darmi da fare come posso. Le ripetizioni in estate sono sospese, i ragazzi vanno in  vacanza e non hanno più bisogno di assistenza allo studio.

Finisco di studiare, sono le 19:00 e attraverso la città per arrivare all’Old, che, per chi non fosse di Milano, è l'”Old Fashion”, nota discoteca nel cuore del Parco Sempione.

Arrivo che l’aperitivo è già iniziato, mi metto il grembiule e raggiungo gli altri.

Il mio boss, che in realtà è un caro amico di famiglia, mi assegna la postazione e inizia la serata.

Faccio la cameriera e farlo in un posto del genere vuol dire vederne di tutti i colori, ma proprio tutti, compreso il marrone “vomito da raccogliere”.

Mi ammazzo di redbull, sono stanca morta dopo lo giornata di studio e cerco di tenermi sveglia. Solo redbull, stasera non posso sgarrare, domani devo studiare.

La serata scorre come le altre, nell’attesa che arrivi Loris, che, come al solito, avrà raccattato qualche disperato da portare con sé ad attendere la fine del mio turno, si fumerà un pacchetto intero di sigarette, scrutandomi dall’esterno del privè e mangiandosi il fegato ogni volta che qualche individuo di sesso maschile mi rivolgerà la parola.

Lavoro qui da prima di conoscerlo e sono sempre tornata da sola, ma da quando sto con lui, non accetta l’idea che una donna possa circolare alle 5:00 del mattino da sola per la città.

Probabilmente avrà anche pagato l’ingresso perché non ha il coraggio di dire alla porta che è semplicemente venuto a prendermi e che Rai, il mio capo, gli ha detto di entrare senza problemi.

Non lo sopporto quando fa così, ma leggetevi il post a lui dedicato e tutto vi sarà più chiaro!

Si fanno le 4:00, i miei piedi chiedono pietà e per tutta la serata ho ripetuto mentalmente le nozioni di procedura civile studiate nel pomeriggio, ponendomi domande alle quali a volte non ho saputo rispondere, precipitando nell’ansia.

Di solito finisco alle 5:00 e ci beviamo una birra tutti insieme prima di andare a casa, ma stasera non posso, domani devo svegliarmi il prima possibile per l’ultimo “ripassone”.

Saluto tutti e vado a casa.

Viviamo in un monolocale al terzo piano senza ascensore, è piccolo e la prima volta che l’ho visto ho detto a Loris che mai e poi mai avrei vissuto in quel “buco di culo”, ma poi mi sono lasciata convincere e, alla fine, aveva ragione lui: con pochi soldi e molto olio di gomito* l’abbiamo reso davvero carino.

A giugno Loris è svenuto a causa del caldo, ora, quindi, abbiamo anche il condizionatore.

Vado a letto tramortita dalla stanchezza, punto 82 sveglie, per paura di non riuscire ad alzarmi.

E’ mattino, suona la prima sveglia, sono le 11:00.

Raccimolo tutte le mie forze, con gli occhi incrostati e le righe del cuscino in faccia, metto su un caffè.

Parte il conto alla rovescia, so che finita la colazione mi toccherà affrontare il fatidico “giorno prima”, con seguente “notte prima dell’esame”.

Odio tutto ciò, ma ormai sono alla fine e DEVO tenere duro.

Passo la giornata a ripassare, il tempo vola e si fa sera.


Durante l’ultimo anno di università ho capito che studiare la sera prima dell’esame è totalmente inutile, a meno che tu non sia alle strette e ti manchino davvero delle parti da fare. Quindi dopo cena mi bevo una birra nel letto con Loris e mi addormento guardando Weeds.

Col tempo ho imparato che anche il ripasso la mattina, prima di andare in università non solo è inutile ma è addirittura deleterio, quindi mi sveglio con calma, mi preparo e vado ad affrontare l’ultimo round della sessione.

Torno a casa e provo quel senso di soddisfazione che solo una firma sul libretto ti sa dare.

Mi butto sul letto e dormo.

Mi sveglio ed è il 21 luglio 2016, ho una figlia di due anni abbondanti, lo stesso compagno che veniva a prendermi dal lavoro per paura che mi succedesse qualcosa e scrivo dallo studio legale in cui lavoro.

Potrei chiedere altro?

Certo, un vero stipendio mi farebbe comodo. Ma io sto bene così, la mia lotta quotidiana per il raggiungimento degli obiettivi che mi sono prefissata mi appaga e riempie, a tal punto da non desiderare molto altro.

Eleonora

 

 

 

* Questa cosa mi ha fatto venire in mente di quando Loris, ancora studente universitario, dopo il suggerimento del suo professore, che lo invitava a mettere “molto olio di gomito nel progetto”, ha chiamato sua madre chiedendole se lei a casa ne avesse un po’.

 

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Perché vi chiamano “MARKETTARE”.

Immaginatevi di svegliarvi domani mattina e di smettere , tutti in massa, di seguire le sedicenti “blogger professioniste”.

Quante di loro posterebbero lo stesso? Quante di loro investirebbero il loro tempo nello scrivere il blog, senza avere un ritorno, sia esso economico, di “fama” o di qualsiasi altro tipo?

Ve la do io la risposta, e non perché abbia la verità in pugno, ma perché questa è sotto gli occhi di tutti: POCHE, MOLTO POCHE.

Ed è questo che le rende soggette alle critiche, non tanto il ricevere prodotti in omaggio e recensirli, in questo non ci vedo nulla di male, se non che, a mio avviso, il livello di interesse del pubblico lettore, inevitabilmente, cala a picco.

Chi può aver piacere a leggere un testo che elogia le caratteristiche di una bottiglietta d’acqua? Suvvia, parliamoci chiaro.

Le critiche si diffondono quando dall’altra parte si percepisce il reale fine ultimo. E il loro è, nella maggior parte dei casi, eclatante.

Sebbene molte pensino di avere a che fare con un ammasso di cerebrolesi, senza capacità di discernere, non è così.

Chi legge, percepisce cosa ci sia dietro e, questo le stupirà, ma ha il sacrosanto diritto di non gradire la loro sfacciataggine, quella con cui pretendono di convincerti che sia giusto così, che sia corretto cacare il cazzo per mesi, accanendosi contro l’olio di palma  e il cibo bio, gluten free a km zero, per poi pubblicare le foto del Kinder Cerealè. E se manifesti il tuo dissenso, è perché sei invidiosa, ti rode perché a te non regalano nulla.

Sia chiaro, io non ho nulla contro il cibo spazzatura, certo, cerco di evitare di darlo alla nana e limito anche il mio consumo, ma non sono una fissata per ‘ste cose. Sono però profondamente fissata con la correttezza e la coerenza.

E’ facilmente individuabile chi tra le molte, continuerebbe a coltivare la propria passione, scrivendo e investendo sul proprio blog anche se non avesse un ritorno, di qualsiasi tipo esso sia, e chi, invece, tolto il vantaggio che può ottenere, smetterebbe di “lavorare”.

Ed è qui che casca l’asino.

Anche la diversa definizione che si attribuisce all’attività svolta ha una sua incidenza. Difficilmente chi agisce per reale passione parla di “lavoro” anche qualora vi siano entrate economiche, chi lo fa con dedizione continua a definirlo un piacevole passatempo. Le arriviste, quelle che la passione l’hanno persa e quelle che, evidentemente, non l’hanno mai avuta, parlano di “lavoro”.

E qui, casca ancora una volta l’asino.

Andatelo a dire ai vostri nonni, di ritorno dai campi coltivati, con le mani callose e le spalle arse dal sole, che voi di mestiere fate le “blogger”. Andatelo a dire a chi si spacca la schiena facendo due lavori per portare avanti la famiglia, a chi si alza nel pieno della notte, a chi rischia la vita sul lavoro, a chi ha studiato anni per esercitare il proprio mestiere, a chi è costretto a stare lontano dai propri cari, per garantire loro un futuro migliore.

Provate a dire loro che per mestiere scrivete dietro compenso, senza alcuna competenza e senza alcuna particolare capacità, recensioni su prodotti forniti gratuitamente. Dite loro che rispondere ai commenti sui social network è faticoso, quasi quanto curare l’aspetto grafico del vostro blog.

Provateci, poi scrivete un post sulle loro reazioni, potrebbe essere il primo argomento interessante da voi trattato!

Non convincerete di certo me, che fatico ancora ora a considerare “lavoro” il mio (che comporta più o meno la stessa attività che facevo quando studiavo) e che nel tempo libero faccio quello che voi, invece, siete, convinti di poter considerare tale.

Parlate delle difficoltà dello scrivere post, eppure trovo testi di poche righe, colmi di “copia incolla” su caratteristiche di prodotti che neanche sotto tortura comprereste, ma che siete costrette a lodare per non perdere lo sponsor.

Perché la teoria del “se il prodotto non mi interessa, non accetto l’omaggio” è crollata quando vi ho viste millantare le qualità ineguagliabili dell’acqua magica. E perché è più che evidente che se rifiuti il prodotto offerto da un’agenzia, questa non ti contatterà una seconda volta, per comprendere se, rifiutato l’olio per capelli, tu possa gradire la crema antismagliature. L’agenzia fa una X grossa come una casa sul tuo nome e ti saluta. Pochi instanti dopo avrà trovato una più disponibile e, magari, con anche più follower di voi. Dimostrandovi, tra l’altro, che siete intercambiabili, perché siete l’una la copia dell’altra.

Provate a leggere uno dei loro testi senza conoscerne l’autrice, vi sfido a riconoscerne la provenienza.

Non prendete per il culo la gente, che per voi rappresenta un numero ma che, vi stupirà, è in grado di discernere e comprendere.

Ci raccontate quanto sia faticoso rispondere a tutti i commenti, eppure, sotto le vostre foto, centinaia di domande che non hanno ricevuto risposte. Complimenti che non ricevono in cambio i dovuti ringraziamenti. Insulti che, invece, scatenano il finimondo.

Provateci: avete una blogger preferita che non risponde mai? Le lasciate migliaia di commenti al giorno ma lei non ringrazia? Provate a scriverle un insulto, vedrete che finalmente otterrete l’agognata risposta.

Si, perché la loro facciata, il loro perbenismo, crolla appena viene toccato quello pseudobusiness che tanto le rende orgogliose, a tal punto da considerare invidiose tutte quelle che osino manifestare il proprio dissenso. Non è l’insulto che le fa scatenare, quanto l’idea che questo possa ledere loro, disincentivando la gente a seguirle o le aziende a contattarle.

E se vi lamentate dell’utilizzo improprio del termine “marchetta”, perché richiama al mondo della prostituzione (sebbene nel caso di specie sia inequivocabilmente usato senza alcun riferimento ad essa). Posso io, donna lavoratrice, che esce alle 8 e rientra in casa alle 20, lamentarmi del vostro inappropriato utilizzo del termine “lavoro”?

Amen.

Eleonora

 

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Un po’ di silenzio.

Non scrivo mai in queste occasioni. Forse non lo farò neanche questa volta, o meglio, scriverò è non pubblicherò. Valuterò a fine testo se sia il caso.

Non scrivo mai, perché è troppo pericoloso. E’ troppo facile perdere di vista il vero senso di tragedia che accompagna questi avvenimenti e che merita il suo spazio, autonomo e indipendente da tutte le considerazioni di contorno.

Non mi riferisco ai post di odio, a quelli razziali o quelli che incitano allo sterminio di intere comunità. Parlo in generale: le parole, spesso sono irriguardose, mettere nero su bianco il proprio pensiero in certe circostanze, rischia di essere inappropriato.

Troppo alto è il pericolo di porsi al centro dell’attenzione con il proprio pensiero e le proprie opinioni, trascurando il dramma al quale bisogna sommessamente e ineluttabilmente chinarsi.

Più semplice è fare silenzio, evitando ogni pericolo. Il silenzio non può essere irrispettoso, non ingombra e lascia il giusto spazio ai pensieri, intimi e confidenziali, di ognuno di noi.

Oggi, però, è in parte diverso, per la prima volta mi hanno costretta a pensare “e se ci fossi stata io?”. Non mi era mai successo prima.

E mi sono incazzata.

Mi sono incazzata, perché insensibile e scorretta, la mia considerazione mi ha obbligata ad ammettere a me stessa di non essere in grado di comprendere a pieno la terribile disgrazia in atto.

Questo non è certo il momento di pensare a chi, per sua fortuna, non c’era, a chi, per una serie di circostanze, è riuscito a scampare al destino, a chi sarebbe dovuto essere lì ma per un contrattempo era altrove.

Oggi è il tempo di pensare a chi c’era.

E io non sono stata capace. O meglio, non del tutto, non nel modo giusto.

Non c’ero io. Non c’era nessuno di noi. E chiuderei con “per fortuna”, scoprendomi ancora una volta egoista e individualista.

C’erano loro.

Non importa chi ha la casa lì ma ha deciso di trascorrere le vacanze altrove, chi se ne frega di chi camminava proprio lì l’anno scorso a quell’ora, di chi amava portarci sua figlia a guardare gli uccelli volare e di chi, da piccolo, ci andava a fare i pic-nic con la nonna.

Lì, ieri, c’erano loro.

Loro, ripresi e fotografati.

Loro, esanimi e pubblici.

Loro che lasciano famiglie distrutte da un dolore che li accompagnerà fino alla fine delle loro esistenze. Esistenze che perdono senso e si trasformano in sopravvivenza all’incessante sofferenza, al dolore senza cura, alla tristezza senza rimedio.

C’erano loro. Che non ci sono più.

C’erano le loro famiglie. Che rimangono. Sono costrette.

Non ce ne frega un cazzo che voi abbiate paura. A loro hanno tolto anche questo, rendendo realtà i più terribili timori.

Portate rispetto, insieme a me.

Facciamo tutti un po’ di silenzio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Non allattarla che si stanca.

“Chissà quanto latte che avrai, con quelle tette lì!”.

E io dicevo a Loris, “vuoi vedere che me la gufano e alla fine andrà tutto storto?”, “sarebbe il colmo portarsi dietro ‘ste due zavorre per nove mesi e poi non riuscire ad allattare!”.

Altro che sfera di cristallo, quando la sfiga ti perseguita, basta ipotizzare una situazione negativa che questa, magicamente, si avvera.

Mia è nata prematura di cinque settimane, uno scricciolino che ha aperto gli occhi per la prima volta solo dopo tre giorni dalla sua venuta al mondo. Eppure, quando l’hanno portata da me dopo i controlli e mi hanno suggerito di provare a farla attaccare al seno, tutto sembrava andare per il meglio.

Il primo giorno di vita, Mia sembrava essere già riuscita a trovare il percorso giusto. Io un po’ meno, col timore di soffocarla sotto il peso delle tette che, durante la gravidanza, erano aumentate di un numero indecifrabile di taglie, unito alle difficoltà classiche cui si va incontro quando si sta facendo qualcosa di nuovo, sebbene dovrebbe essere la cosa più naturale del mondo, cercavo di trovare anche io la strada corretta.


Mi sembrava tutto, fuorché la cosa “più naturale del mondo”, come da tutti descritta. Eppure non avevo intenzione di demordere, già solo per rendere giustizia alla mia povera schiena, che per otto lunghi mesi ha dovuto compiere sforzi non indifferenti per portare in giro quei 6/7 kg di tette (si, le pesavo).

Pian piano, durante la prima giornata, iniziavamo a trovare i nostri equilibri.

Finchè, maledetto il “cambio turno”, mi si presenta una ostetrica isterica urlandomi contro di smettere di attaccarla, per non rischiare di stancarla troppo, togliendole le forze di bere il latte artificiale.

Sconcertata mi chiedo quando, nelle sue 24 ore di vita abbia già avuto a disposizione il latte artificiale e, soprattutto, perché.

L’inesperienza e la paura di fare del male alla mia bambina, già così piccina, a tal punto da non potersi permettere di perdere nemmeno un grammo di più, mi hanno convinta che le parole dell’ostetrica, di sicuro più esperta e competente di me, non potevano che essere sensate. Ho lasciato perdere i miei tentativi e ho cercato di godermi i primi istanti della mia nuova vita.

Durante la notte, mi hanno riportato la bambina, con un ciuccio di dubbia provenienza in bocca. Ho chiesto loro il perché lo avesse, soprattutto, da dove provenisse. Mi è stato risposto che i bambini hanno bisogno di succhiare e non potendosi attaccare al seno hanno ritenuto opportuno darle quello (nonostante ne avessi fornito uno nuovo in caso di necessità).

Sempre guidata dalla mia totale ignoranza, mi sono affidata alla supposta competenza del personale ospedaliero.

Mai scelta fu peggiore. Perché a quei giorni in ospedale seguirono ben tre mesi attaccata ad un tiralatte elettrico. So che molte di voi hanno resistito molto di più, ma per me, quei tre mesi, sono stati un vero e proprio inferno.

Il secondo giorno di ospedale, senza alcuna consultazione con la sottoscritta, si è deciso che sarei dovuta andare a tirarmi il latte, perché si sa, “è importante non perdere la produzione”. Bestemmio a denti stretti ma obbedisco.

Per la prima volta sono stata accompagnata ad infilare le mie tette dentro a quello strumento infernale che, a mio avviso, mina la dignità della donna in un momento di grande sensibilità quale quello immediatamente successivo al parto.

Ma per il bene di mia figlia, questo e altro, continuavo a ripetermi nella mente. Una volta acceso il marchingegno ho iniziato a piangere come ancora non avevo fatto in quei cinque lunghissimi giorni trascorsi lì.

Ma ho tenuto duro, perché volevo che Mia bevesse il mio latte.

Contenta del risultato ottenuto, consegno la boccetta alla puericultrice, che mi comunica che la bambina ha appena finito di mangiare l’artificiale e che berrà il mio latte alla poppata successiva.

Molto bene. Continuo a imprecare, ora a denti un po’ meno stretti.

Attendo le due consuete ore e arriva il momento della poppata n° 2. La signora del nido infila la boccetta bel microonde e ne tira fuori della ricotta. Ha sbagliato a impostare il timer.

Si scusa, ma si giustifica con un “tanto sei piena, vai di là a tiralo di nuovo!”.

Si ripete la stessa scena. Fino al momento del “oh no, ho sbagliato a impostare il timer!”. Ma questa volta si conclude con un “mi sa che è il tuo latte che è strano.”. Oltre il danno, la beffa.

Ormai ho perso le speranze e Mia continua a bere latte in polvere o, comunque, il mio latte dal biberon. Fino al giorno delle mie dimissioni. Mie, non sue.

Tant’è che per tre giorni mi tocca fare avanti e indietro da casa per portarle il mio latte.

Ma mi sento la donna più forte del mondo, non ci sono punti o stanchezza che tengano, per lei questo e altro, continuo a ripetermi.

Dopo sette giorni dalla sua nascita, finalmente viene dimessa anche lei.

E’ piccola, ma neanche troppo. Credo ancora di poter recuperare i danni fatti. Ci spero più che altro.

Tornati a casa, inizia una quotidiana e straziante routine: prima di tirarmi il latte provo, ogni volta ad attaccarla per almeno dieci minuti, la peso e solo dopo mi rassegno al fatto che non abbia ingurgitato neanche un grammo. La voglia di riprovarci è tanta, ma altrettanta è la paura che si stanchi e poi non beva neanche il latte dal biberon.

Sono in bilico tra una decisione e l’altra. Nessuna certezza e centomila paure.

Così ogni due ore.

Dieci minuti di tentativi, pesata, mezz’ora attaccata allo strumento infernale, mezz’ora per farla mangiare. Resta mezz’ora per fare tutto il resto. Compreso scrivere una tesi.

Tengo duro, tre mesi scarsi. Poi ci rinuncio. Cedo di fronte all’evidenza: non ce l’avrei mai fatta ad attaccarla. Mollo tutto e mi fumo una sigaretta, forse per costringermi a non tornare più indietro, per rendere ufficiale e definitiva la mia decisione.

Decisione presa per il mio bene, ma un po’ anche per il suo. Finalmente non vedrà più la sua mamma nervosa e imbronciata, la sua mamma non avrà più le mani sempre occupate e alle prese con quel rumoroso marchingegno, finalmente la sua mamma può essere solo la sua mamma.

E ora, da mamma a mamma, vi dico di fare solo ciò che vi suggerisce il vostro istinto, non sbaglierete, o, comunque, sbaglierete meno di me!

 

Eleonora

 

 

 

 

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Donnine d’altri tempi.

E’ scesa dai gonfiabili e ha detto “grazie bambine grandi”. Io mi sono sentita la madre più orgogliosa del mondo.

Sabato sera, per la prima volta, è salita sui gonfiabili. Mia non è molto atletica, credo sia dovuto alla sua stazza. Fin da subito è stato chiaro che non sarebbe mai riuscita ad arrivare in cima da sola, Loris ha chiesto di poterla accompagnare, ma gli è stato negato.

Non restava che piazzarla con qualche bambina e spedirla su.

Lei è nel periodo in cui i primi cinque minuti in cui conosce qualcuno si mette a braccia conserte, fissa il pavimento e ignora tutto ciò che la circonda, non so da chi abbia preso ma, a quanto pare, siamo riusciti a mettere al mondo una bambina timida. Quindi, non appena ha realizzato in che situazione l’avessimo messa, ci ha lanciato un’occhiataccia fulminante, di quelle da “basta, vi odio, non vedo l’ora di diventare maggiorenne per liberarmi di voi!”.

Ma ormai era troppo tardi, un branco di nanette in preda all’emozione di essere considerate “grandi” e di vedersi affidata una nana ancor più nana di loro l’avevano già trasportata di peso fino a metà strada.

Confesso che ad un certo punto ho pensato che saremmo dovuti andare a recuperarla, che non avrebbe resistito e sarebbe scoppiata a piangere, invece ha tenuto duro ed è arrivata fino in cima, con la stessa faccia che aveva Loris quando l’ho accompagnato a fare la gastroscopia, ma è arrivata fino in cima.

Mancava solo la discesa. Ma, una volta posizionata, si è impiantata lì, con lo sguardo perso nel vuoto di chi si è teletrasportato con cervello in un altro luogo pur di non dover affrontare la realtà. Qualche urletto di incitazione da parte nostra, che nel frattempo ci siamo trasformati in una capo ultra e una cheerleader, ed è tornata tra noi.

Una spintarella da un nanetto di passaggio, e via…

In realtà aveva la gonna, culo e pannolino hanno fatto attrito e la discesa è stata molto meno divertente del previsto.

Nonostante ciò, appena arrivata giù, è corsa da me e mi ha detto con fare emozionato: “grazie bambine grandi”.

Una cagata, una bambina che ringrazia chi l’ha fatta divertire, ma per me molto di più.

Forse mi illudo io, ma credo che si sia resa conto della gentilezza di queste bambine, che hanno interrotto e rallentato il proprio gioco, mettendo da parte per qualche minuto il proprio interesse, per aiutare lei.

Il suo primo pensiero, appena scesa, è stato ringraziare chi avesse contribuito al suo divertimento e l’ha fatto con un tono e uno sguardo che le parole, purtroppo, non possono descrivere ma che, vi assicuro, mi hanno reso la mamma più orgogliosa del mondo.

Lasciatemi sperare di avere messo al mondo una bambina che, a due anni, ha già compreso il concetto di solidarietà.

Lasciatemi pensare che abbia riconosciuto la gentilezza e abbia voluto contraccambiare con lo stesso strumento.

Lasciatemi credere che si sia resa conto che qualcuno, per un attimo, ha messo da parte se stesso per aiutare lei e che abbia voluto manifestare la propria riconoscenza.

Lasciatemi convincere di aver messo al mondo una donnina davvero educata, di quelle che…”ce ne sono poche al giorno d’oggi”.

 

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Ho fatto un sogno, anzi un incubo.

Ho fatto un sogno, anzi un incubo.

Mi sono svegliata nel cuore della notte, in un lago di sudore, pervasa da un inspiegabile senso di angoscia.

Ho fatto un incubo terrificante. Tutte le Megafigheblogger erano sparite.

I bambini venivano portati in auto senza seggiolini, perché le mamme non sapevano più quale comprare. Le commesse della Prenatal erano prese d’assalto da orde di mamme zombie succhiasangue in cerca di informazioni utili per gli acquisti, ma ormai era troppo tardi, avevano dimenticato come si facesse il loro lavoro, dopo anni di degna sostituzione da parte delle Megafigheblogger.

Le pediatre, i nutrizionisti, persino i designer erano tornati ai loro mestieri di un tempo, nessuno più si prendeva la briga di sostituirsi a loro.

Dal salumiere, le file erano interminabili.

–  “Signora crudo o cotto? Lo preferisce all’osso?”

– “Non lo so, non lo soooooooo. Cosa farebbe MAMMA4EVERXXX82 in questo caso?”.

L’incertezza dilagava.

Bimbi costretti a bere in bicchieri qualsiasi, senza “salva goccia”. Un mare di goccioline ovunque. Innumerevoli chiamate ai pompieri.

Donne vestite di cenci, nessuna Chiara a lanciare mode. Bambini a piedi nudi per strada, nessuno a comunicare i benefici del plantare ergonomici sullo sviluppo del piedino dei nostri cuccioli.

Madri che non sapevano cosa cucinare, come cucinare, quanto cucinare.

Uno scempio.

Colazioni senza vasi di fiori al fianco, computer senza mela illuminata, tavole senza centrotavola.

Società sull’orlo del fallimento, nessuno più sponsorizzava i loro prodotti. Le persone erano costrette a fare di testa loro al supermercato. Davanti al banco delle merendine, ammassi di donne tentavano di compiere la scelta giusta. Andrà bene la crostatina, o forse è meglio la nastrina, come saranno quei muffin?

Il dubbio regnava sovrano.

Le famiglie non viaggiavano più. Come scegliere la meta? E se poi vado a Malta e non ci sono attività adatte ai più piccoli? E se scelgo la Sardegna ma poi non so come intrattenere i miei figli durante il tragitto in nave? Potrei andare in Francia, ma come faccio a selezionare i cafè più chic?.

Quasi tutti bevevano acqua dal rubinetto, i più fortunati riuscivano a scegliere quale cassa comprare alla Coop, nonostante la carestia di suggerimenti, altri ancora bevevano le goccioline cadute da quei maledetti bicchieri senza il “salva goccia”. Dell’acqua magica rimaneva solo un flebile ricordo.

Indecisione e insicurezza avevano preso il sopravvento.

Neanche la doccia era più un momento di serenità. I bambini avevano occhi rossi rossi, perché nessuno riusciva a comprendere quale marca di shampoo fosse la migliore per non farli bruciare. Le pelli erano secche e arrossate, non si capiva quali fossero i prodotti adatti per lavarsi. E la crema? La crema non esisteva più, nel dubbio, le donne si spalmavano il burro.

Il finimondo.

Un susseguirsi di irreparabili eventi che mi avevano fatto perdere ogni speranza. Iniziavo a pensare di farla finita, di dire basta, di rinunciare ad una vita tramutatasi, ormai, in un complicatissimo e irrisolvibile enigma.

Poi mi sono svegliata, finalmente. Per fortuna era solo un terribile incubo. Per fortuna siete ancora tutte qui, Dio vi benedica!

Devo smetterla di mangiare pesante la sera.

 

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Nel cuore di chi resta.

‘Se morisse e lo buttassero “ammare”, neanche i pesci se lo mangerebbero!’.

Ma poi non fu realmente così, al suo funerale c’era un sacco di gente, di quella che non si vedeva da tempo e che a stento ho riconosciuto, di quella che ti saluta confondendoti per tua cugina o ti chiama con il nome di tua madre, perchè troppi anni sono passati dall’ultimo incontro.

La chiesa, gremita di gente, rimbombava di pianti e singhiozzi.

Anche il cielo era incazzato, degno sfondo per l’ultimo saluto a chi di incazzature ha riempito la sua esistenza.

La casa, durante la veglia, non conobbe un attimo di pace, un viavai interminabile di gente, il tavolo in sala sommerso di cibo portato in omaggio alla famiglia e all’esterno anche i suoi vecchi colleghi avevano dedicato un manifesto.

Quei colleghi, protagonisti delle sue storie, raccontate e sentite milioni di volte, fino al punto da saperle a memoria e arrivare a correggerlo perchè dimenticava un pezzo o confondeva un protagonista per un altro. Dopo cena, seduti davanti a casa perchè “lì tira un po’ d’aria, speriamo sia tramontana, non se ne può più di ‘sto scirocco schifoso!”. Storie di vita quotidiana, una vita qualsiasi, ma vissuta e raccontata come quella di un grande eroe. Un’esistenza banale, quella di un vigile urbano in un piccolo paesello dell’entroterra salentino, eppure descritta come una grande e coraggiosa battaglia, fatta di obiettivi raggiunti, di grandi risultati e di gloriose soddisfazioni, al fianco della sua donna, sua moglie e compagna di una vita, da una vita.

Perchè alla fine è questo il vero trucco: accontentarsi di ciò che si è, non aspirare a ciò di cui non si ha bisogno e apprezzare anche i piccoli traguardi quotidiani, come fossero immense vittorie. E’ forse questo il segreto per vivere bene, per non trovarsi mai a scrutare l’erba del vicino, nel tentativo di scoprire se sia più verde della tua.

“Nessuno deve vedere la Signora Bianca in giro con le buste della spesa!”. E allora andava lui in paese, al mercato dal suo amico Silvio, uno dei pochi. Passava la mattinata lì e al ritorno raccontava dei grandi acquisti compiuti, della sua capacità di scegliere al meglio i prodotti, il suo occhio per le occasioni e la sua infallibilità nel selezionare le angurie più rosse e dolci. Quanto ridere quando ci accordavamo per dirgli che quella volta l’aveva scelta farinosa, oppure poco dolce. Noi ridevamo, lui si incazzava. Noi ridevamo ancora di più.

Dicono fosse bello, dicono sembrasse dormire.

Ma io non lo so, io ricordo solo come fosse quando ancora la vita scorreva nelle sue vene, quando abbandonava la tavola per una parola di troppo o per un semplice fraintendimento, quando alzava la voce per avere la meglio e zittiva chiunque non la pensasse come lui.

Un vero Stronzo, di quelli con la “S” maiuscola, o forse gli piaceva apparire così. Sta di fatto che di antipatia ne suscitava a palate, con il suo fare burbero e il suo temperamento irascibile.

Eppure poi erano tutti lì. Tutti lì per salutarlo, tutti lì per un’ultima carezza o forse per un ultimo “vaffanculo”. Ma erano lì.

E allora, forse, non sono stata la sola a conoscere cosa ci fosse dietro a quel muso imbronciato.

E allora, forse, qualcun altro ha scorto l’essenza racchiusa dentro a quella scocca dura e per certi versi impenetrabile.

E allora, forse, anche tu potrai continuare a esistere,

nel cuore di chi resta.

 

Ciao Nino!

La tua “Avvocà”

 

 

 

” […] Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l’armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de’ suoi? Celeste è questa
corrispondenza d’amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l’amico estinto
e l’estinto con noi… […]”

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Sono tornata!

Ho deciso, torno a scriverlo.

Con l’inizio della pratica forense, che mi tiene fuori di casa più di dodici ore, ho abbandonato il blog, nonostante scriverlo avesse iniziato a piacermi e divertirmi.

Nella vita, quando si ha poco tempo a disposizione, si è costretti a compiere scelte drastiche: o si va al cesso o si scrive il blog.

Ma ho capito di poter scrivere mentre sono sul cesso e, quindi, rieccomi.

Probabilmente, vista la necessità di conciliare questi incombenti, i post faranno abbastanza cagare e continueranno a risultare totalmente inconcludenti, ma sento che reprimere il mio cinismo nelle note dell’iphone (poi postate su IG) non renda giustizia alla nobiltà dei pensieri che contengono!

Insomma, mi sento frustrata da questo silenzio forzato dalle circostanze e ho deciso che continuerò a scrivere, con una frequenza del tutto casuale e, a questo punto, strettamente correlata alle condizioni del mio intestino.

Auguratevi che non mi venga mai la cacarella.

Dopo lo sproloquio introduttivo, voglio rassicurarvi: cercherò di scrivere durante la pausa pranzo, così da investire meglio le due ore in cui di solito mi giro i pollici fino a consumarli o compro puttanate da Tiger.

Se domani sul mio IG ci dovessero essere quei 4k follower in più non preoccupatevi, sarà merito del blog.

Ovviamente scherzo, anche se l’idea di fare st’investimento per non pagare più le merendine, ogni tanto, mi attrae!

A presto,

Eleonora

 

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Week end per nani.

Trovandomi a fare il resoconto del nostro week end, mi sono resa conto, che, involontariamente, è stato completamente organizzato a misura di bambino. Ormai è un meccanismo automatico, quando dobbiamo scegliere come investire il nostro tempo insieme, cerchiamo sempre dei posti in cui sappiamo che la nana può divertirsi e sfogarsi, così da poter sperare di portarla a casa sfinita e che si addormenti in fretta. In realtà siamo diventati talmente esperti nella selezione che abbiamo trovato un sacco di soluzioni in grado di soddisfare sia noi che lei, senza dover incorrere in troppe rinunce.

Venerdì sera siamo andati a cena in un ristorante “family friendly”, di quelli dai quali mi tenevo a distanza di sicurezza fino a un paio d’anni fa: avete presente quei luoghi immensi e pieni di marmocchi urlanti? Ecco!

Il ristorante è dotato di un’area giochi, di cui si occupano due ragazze. I bambini più grandi vengono catapultati dentro all’arrivo, tirati fuori per mangiare un paio di fette di pizza e rilanciati all’interno finché non è ora di andare a casa. Purtroppo la mia bimba è ancora troppo piccola e troppo poco indipendente per poter godere del vantaggio di parcheggiarla a giocare e recuperarla a cena finita, quindi siamo stati con lei all’interno dell’area finché non è arrivata la pizza. Ma almeno abbiamo evitato il tanto temuto momento dell’attesa, durante il quale Mia si annoia e stizzisce dopo pochi secondi dall’ordinazione e noi dobbiamo inventarcene di ogni per impedirle di distruggere il locale e i nostri timpani. Siamo tornati a tavola quando le pizze erano già lì ad aspettarci. Per la nana abbiamo ordinato la “pizza coniglio”, una margherita che costa il doppio di quella classica per il solo fatto di avere due orecchie di pasta di pizza e due olive al posto degli occhi. L’ha mangiata quasi tutta, le abbiamo sottratto l’ultima fetta perchè sapevamo che avrebbe voluto il gelato. Ovviamente in un posto del genere non si sceglie tra i vari gusti a disposizione, ma tra le varie forme del contenitore, in sostanza puoi mangiarlo solo alla fragola, ma puoi decidere se trovarlo dentro a un ippopotamo, un pinguino, un gufo o altri animaletti.

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Sabato pomeriggio siamo andate al parco a conoscere i figli di due mie amiche d’adolescenza, con le quali non mi frequentavo da una decina d’anni o forse più. La nana dopo aver fatto il giro delle varie giostrine si è seduta a mangiare finché tutte le scorte a disposizione non sono terminate. Nel frattempo osservava gli altri due bimbi correre e divertirsi con aria dubbiosa e incredula. Credo non concepisse il fatto che ci fosse del cibo a disposizione e loro non se ne curassero.

Verso le 18 siamo rientrate e siamo riuscite a far capire a papino che non avevamo nessuna intenzione di assecondare la sua volontà di andare all’expo, abbiamo quindi ripiegato su un giretto al centro commerciale e una cena da McDonald’s. Anche la scelta del centro commerciale non è casuale, andiamo sempre nello stesso perchè, oltre ad avere la zona “nursery”, che è spesso presente, ha la “pappatoia”, uno spazio in cui si trovano scalda biberon, un forno a microonde*, bavaglie usa e getta e altre comodità che solo chi ha un figlio piccolo può realmente apprezzare. Ho scaldato la sua cena e ho avuto la pessima idea di portarla a consumarla seduta ai tavolini del Mc, ha mangiato tutto il tempo guardando i signori di fianco con la bava alla bocca, tanto che a un certo punto la signora mi ha chiesto se poteva offrirle una patatina. (Sto cercando di farle mangiare una pappina disgustosa, con la consistenza simile al vomito e l’odore di scarti di pescheria e tu le offri una patatina?). Da quel momento in poi non ha più voluto saperne di mangiare la poltiglia che le avevo preparato. Quando Loris è arrivato con i nostri vassoi Mia l’ha guardato con la  stessa faccia che aveva Paolo Brosio quando pensava di essere al telefono con Papa Francesco, ha mangiato qualche patatina e pianto disperata quando sono finite. Classico.

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La domenica, invece, l’abbiamo trascorsa con la mia famiglia in un agriturismo, scelto da mio padre perchè pieno di animali, giostre e attrazioni per i bambini. Siamo arrivati in ritardo, come avviene sempre quando la mia famiglia si riunisce, quindi appena giunti a destinazione siamo entrati per prendere posto. Mia aveva mangiato a casa, ma non si è fatta problemi a pranzare nuovamente. Tra un piatto e l’altro abbiamo fatto dei piccoli giretti fuori. Ovviamente la nana aveva paura di qualsiasi animale fosse nell’arco di due chilometri da lei. Che soddisfazione, un po’ come quando l’abbiamo portata sui tappeti elastici e dopo quattro secondi stava strillando come se la stessero scuoiando viva. E’ sempre molto gratificante vederla reagire così quando organizzi l’intera giornata con il solo scopo di farle vivere una nuova esperienza e farla divertire.

Non volendo demordere del tutto, abbiamo pensato che non potesse avere paura anche dei pony, sono così piccoli e coccolosi che non si può avere paura di loro, ci siamo messi in fila per poterne cavalcare uno e, arrivato il nostro turno, abbiamo amaramente scoperto che anche i teneri pony le fanno paura. In realtà le piacciono, li saluta, sorride quando li vede, ma non vuole che le si avvicinino. Per fortuna fuori c’erano un sacco di altri giochini divertenti con cui intrattenerla, anche se quelli ci sono anche al parco sotto casa, la vera attrazione sarebbero dovuti essere gli animali.

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Dopo un week end intenso, come farsi mancare un’ultima tappa al pronto soccorso?

La nana é inciampata su se stessa e si è spaccata il labbro, ha perso molto sangue e non voleva farsi toccare, quindi non siamo riusciti a controllare cosa fosse successo nella sua bocca finché non siamo arrivati in ospedale. Per fortuna niente di grave, si è lacerata il frenulo. Oggi sembrava la Lecciso dopo le sue iniezioni homemade di botulino finite male.

Se due anni fa mi avessero detto che i miei week end si sarebbero trasformati così drasticamente non ci avrei creduto. Io ero quella che sosteneva che, un volta diventata madre, non avrebbe comunque rinunciato a uscite serali, concerti, nottate a ballare e tutte quelle cose da giovini che tanto mi mancano ma che mai preferirei a un intero week end dedicato a mia figlia.

Quando la domenica sera ripensiamo ai giorni trascorsi insieme, io e Loris ci ritroviamo a ricostruire le sue reazioni, a raccontarci dei progressi che abbiamo riscontrato, a ridere delle sue cadute o dei suoi comportamenti buffi. Vado a letto felice, consapevole di avere investito il nostro tempo nel migliore dei modi.

Poi mi sveglio ed è lunedì.

*Si, scaldo con il microonde. Si, mia figlia è ancora viva. No, non le è ancora spuntato il terzo braccio. Se subirà mutazioni genetiche nei prossimi 90 anni sarò pronta a parlarvene qui sul blog.